Torino, 17 febbraio 2026
Carissimi Colleghi del Direttivo AIFeC e carissimi Associati,
innanzitutto ringrazio il Consiglio Direttivo per aver voluto nominarmi socio onorario di AIFeC.
Proprio perché mi sento investito di questa “onorificenza” e volendo essere in qualche modo parte attiva dell’associazione, per quanto posso, vi propongo alcune mie riflessioni personali, con l’obiettivo di inserirmi nel vostro dibattito e anche, in parte, in quello più allargato, anche se percepisco quest’ultimo, in questo momento, molto povero.
So perfettamente che esistono posizioni e situazioni più mediane e relativizzate, so anche il grande lavoro che voi tutti state facendo e con voi centinaia di altri colleghi per la “causa” dell’IFEC, ma lavorare intenzionalmente sui bianchi e sui neri a volte aiuta a spiegarsi meglio ed è un lusso che possiamo concederci in sede di dibattito tra noi, perchè sui grigi dobbiamo già lavorare tutti i giorni, quando ci confrontiamo con la realtà.
Il mio ragionamento parte dalla mia interpretazione del quadro problematico dell’IFEC, per passare alla sottolineatura del valore “allargato” di tale figura, per procedere a una riflessione di carattere più politico e chiudere con una riflessione sull’associazionismo e, in particolare, sull’AIFeC.
Il quadro problematico
La figura dell’IFEC, nata ormai molti anni fa come peculiare specializzazione nel quadro dell’evoluzione della sanità pubblica, ha subito in questi anni, e sta ancora subendo, sul piano sia formativo, sia politico, sia operativo, sia organizzativo, interpretazioni diversificate che stanno trasformando il suo significato e polverizzando la sua identità originaria, adattandola a scelte opportunistiche, piegando la sua configurazione e il suo utilizzo a esigenze e costrizioni spesso molto localistiche, viziate anche da modelli organizzativi superati e da scelte politiche spesso contraddittorie e non adeguate alla sfida.
Se poi guardiamo alla formazione, constatiamo quanto essa si sia sbriciolata e stratificata su tre livelli: quello regionale, quello universitario con i master e sempre quello universitario con le lauree magistrali a indirizzo clinico, per non parlare della formazione on line che ha preso piede in maniera consistente. Sono tre livelli formativi che mettono in crisi la solidità identitaria dell’IFEC con due rischi: la possibile “produzione” di tre figure diverse – considerati i differenti obiettivi formativi corrispondenti ad altrettante differenti competenze – oppure lo svilimento dell’unica figura esistente, opacizzata e diluita in tre configurazioni diverse.
Il quadro, quindi, si presenta oggi confuso e frantumato, senza un riferimento chiaro al disegno originario; e ben sappiamo che quando le tessere di un mosaico sono collocate al di fuori del disegno perdono i loro significato e, quindi, la loro utilità.
Tutto ciò rischia di dare luogo a derive superficiali e strumentali che in parte stanno già avvenendo e che fanno progressivamente sfumare il senso e il valore autentico dell’IFEC.
Tutto ciò a fronte di un quasi silenzio assordante della componente professionale che mugugna ma che si dimostra supina, non in grado di contrastare questa deriva, e nemmeno di alimentare, quanto meno, un movimento professionale in termini di pensiero critico collettivo.
Il “valore allargato” dell’IFEC
Eravamo tutti convinti che, al suo nascere, la specializzazione IFEC rappresentasse un valore enorme per la professione e per la società, una sorta di giro di boa professionale, un salto di qualità culturale.
Continuo a crederlo, ancora di più oggi, perché sono convinto che la questione dell’IFEC riguarda non solo questa figura ma tutta l’infermieristica, nei suoi fondamenti.
Cerco di spiegarmi.
L’IFEC, nella sua essenza, rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma rispetto a un’infermieristica spesso prestazionistica e confinata in strutture ospedaliere, in organizzazioni rigide con forte dominanza medica. Il cambio di paradigma, in estrema sintesi, sta soprattutto nella proposta di una robusta postura professionale centrifuga e proattiva verso la popolazione – quella che in altri termini viene definita come “prossimità d’iniziativa” – e nella possibilità di esercitare a pieno titolo l’autonomia professionale.
È un cambio di paradigma che riguarda tutti gli infermieri.
Potenziare l’IFEC, quindi, vuol dire potenziare l’infermieristica nel suo insieme. Viceversa, deturpare o svilire nei fatti l’IFEC vuol dire deturpare l’intera infermieristica.
In primo luogo perché l’IFEC rappresenta la versione più autentica e più originaria (Nightingale insegna) dell’assistenza infermieristica come professione che entra nelle vite delle persone, delle famiglie e delle comunità per aiutarle ad affrontare i problemi di salute e mantenere e aumentare per quanto possibile la loro autonomia e qualità di vita.
In secondo luogo perché l’esercizio professionale dell’IFEC, nella sua globalità e complessità, è la rappresentazione plastica – evidente anche all’utenza – dell’autonomia professionale e della conseguente utilità sociale che ne deriva.
L’IFEC, quindi, non è solo una specializzazione: è l’emblema dell’infermieristica nel suo insieme, perché esprime appieno il senso epistemologico ed antropologico della presa in cura scientificamente ed eticamente fondata.
Una riflessione politica
Quanto sopra delineato mi porta a pensare che non è sufficiente constatare lo scenario problematico arrendendosi alla realtà; non è legittimo adattarsi all’ineludibilità dei fatti e delle situazioni, ancorché determinate dai poteri forti che sono in gioco in questa questione, nei confronti dei quali ci sembra di non avere sufficienti strumenti negoziali a disposizione.
Ricordo, a questo proposito, la famosa frase di Tucidide “i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”.
È sicuramente vero che di fronte a situazioni come quella descritta, determinate da forze egemoni, la nostra possibilità di influire parte da una nostra posizione di debolezza. Ma perché siamo così deboli?
È vero che la situazione descritta è frutto di scelte assolutamente legittime sul piano politico con norme che regolamentano il tutto. Ma sono convinto che se, da una parte, le norme fissano regole a cui bisogna attenersi, dall’altra le stesse regole possono essere superate e modificate in nome di un principio superiore: nel nostro caso il recupero dell’identità dell’IFEC e il suo reale utilizzo come tale.
L’indignazione per ciò che accade non basta. Siamo di fronte a una rottura nei confronti della quale la nostalgia non serve; occorre uno slancio proattivo per affrontare attivamente il mondo così com’è, senza aspettare che diventi come vorremmo che fosse. Gli eventi non accadono: bisogna farli accadere.
I traumi fanno male ma spesso sono acceleratori di cambiamento.
Io credo che esista un’unica strada politica, per noi accessibile, che possa contrastare tale situazione: attivare la potenza dei poteri a nostra disposizione che sono la cultura e l’aggregazione. Poteri la cui fragilità, a mio avviso, è oggi la causa principale della nostra debolezza.
In una situazione così asimmetrica si deve scegliere se i soggetti deboli debbano rimanere disgregati e addirittura entrare in competizione tra loro per difendere la loro piccola sovranità, oppure se debbano unirsi per generare una terza via, una sovranità trasversale attraverso un potenziamento reciproco in grado di aumentare le chance per affrontare i poteri forti.
Si, perché, come si suol dire, l’unione fa la forza.
Per questo non dobbiamo più affidarci solo alla forza dei nostri valori, ma anche al valore della nostra forza.
Gli investimenti collettivi sono meno costosi e più utili rispetto alla costruzione e alla difesa di fortezze individuali. Le complementarità riducono le frammentazioni e sono sempre a somma positiva.
Si tratta, quindi, di costruire relazioni, interazioni, legami, sinergie che possano lavorare su questioni specifiche con partner che condividono sufficienti punti in comune per agire insieme.
Che cosa può fare AIFeC
Sono convinto che AIFeC possa e debba potenziare il dibattito pubblico sull’IFEC, soprattutto rivolgendosi all’interno del nostro sistema professionale, non solo verso gli organi istituzionali ma anche, in modo molto più allargato, a tutta la compagine professionale che credo viva oggi una certa ignoranza in materia.
Un’associazione come AIFeC, aperta e culturalmente avanzata sul tema in questione, ha le caratteristiche per farlo e farlo bene.
In altri termini mi immagino che AIFeC possa proporsi come soggetto attivatore non solo di un processo di autocritica riflessiva del sistema professionale – che ha subito, senza molta resistenza, quanto espresso nel quadro problematico – ma anche di iniziative propulsive per provare a mettere sul tavolo idee, argomentazioni, conoscenze, per alimentare il pensiero critico collettivo e per interloquire costruttivamente, con cognizione di causa e con più forza con altri soggetti associativi e istituzionali.
Io credo che AIFeC possa far molto per vivacizzare il dibattito collettivo sull’IFEC rafforzando l’aggregazione professionale su un tema che richiede – proprio perché è emblematico di tutta l’infermieristica – consenso allargato, migliorando la diffusione delle informazioni “vere”, coltivando nuove idee che possano incidere sulle menti e sulla realtà professionale.
Oggi è quanto mai urgente uscire dallo stallo che vede il “privato professionale” vincere sul “collettivo professionale” e il “privato associativo” sul “collettivo associativo”. L’inevitabile conseguenza di questa vittoria è l’individualismo personale e associativo e, quindi, la debolezza e la fragilità complessiva del sistema professionale che lo rendono funzionalmente impotente.
E allora immagino un grande progetto culturale “a traino AIFeC” che coinvolga anche altre associazioni sulla questione IFeC. Si, perché io credo fortemente che l’associazionismo, per sua natura, debba alimentare una “massa critica” che non si conforma supinamente al sistema ma che lo influenza per migliorarlo, costituendosi come movimento di pressione che privilegia il “pensiero lungo e critico” di cui tanto si sente la mancanza nell’operatività quotidiana di oggi.
Le Università, le Aziende, gli Opi e le stesse Associazioni professionali stentano ad aggregarsi spontaneamente per progetti comuni. Ognuna di queste istituzioni tende a difendere – o presume di farlo – il proprio confine e la propria identità chiudendosi nei propri recinti che spesso accentuano l’autoreferenzialità, impoverendosi inevitabilmente.
AIFeC ha la peculiarità, sul tema dell’IFeC, di non avere frontiere se non quelle culturali che trascendono i confini istituzionali.
Per questo potrebbe assumere una posizione di leadership culturale privilegiata in grado di innescare e governare un’operazione di vasto respiro, sovraordinata rispetto ai limiti precedentemente citati, in grado di rianimare un dibattito collettivo e allargato su un tema portante che è proprio quello dell’identità dell’IFeC.
A questo proposito credo che l’AIFeC possa fare 4 cose.
- La prima è mettere in atto un’operazione “in grande”, che potrebbe sortire in una sorta di Stati Generali sull’Infermiere di Famiglia e Comunità avente questo titolo: IFEC: Identità frantumata o identità plurime? Una tale operazione, che vedrebbe la partecipazione di vari attori istituzionali e non, coinvolti dalla questione, potrebbe contribuire al rafforzamento tra gli infermieri di quella massa critica che oggi e ancora debole, frazionata, limitata a pochi nuclei di soggetti particolarmente sensibili.
Massa critica che può leggere con minor ingenuità e passività la realtà turbolenta che ci sta circondando. Potrebbe essere anche un’operazione da cui possono scaturire nuove “buone idee” strategiche per concretizzare la pressione culturale sulla realtà. - La seconda è procedere a un censimento delle realtà per qualificare e quantificare le disomogeneità esistenti e renderle evidenti anche all’esterno del circuito degli addetti ai lavori.
- La terza è procedere a un secondo censimento: quello sui temi maggiormente trattati nelle tesi dei percorsi formativi universitari dedicati a tale figura. Questo censimento consentirebbe, anche in questo caso, di qualificare e quantificare le conoscenze prodotte e farle convergere in una sorta di compendio tematico che metta in evidenza le aree più trattate e quelle meno. È vero che non si tratta di una produzione scientifica rigorosa, ma è pur vero che si tratta di letteratura grigia che comunque produce conoscenza da non sottovalutare e che può essere divulgata.
- La quarta, strettamente legata alla precedente, è quella di diventare associazione-committente di tesi, soprattutto su quelle aree tematiche attualmente scoperte. È vero che l’associazione non ha forze sufficienti per produrre ricerche, però può fruire dell’impegno e dello studio di studenti che dovendo fare una tesi possono produrla, su commissione, affrontando argomenti utili e poco esplorati. Anche questo arricchirebbe il contributo di conoscenza che l’AIFeC può offrire alla comunità professionale, oltre al fatto che l’associazione ne acquisterebbe molto in termini di autorevolezza nei confronti delle Università, assumendo un ruolo di regia concettuale su una questione fondante della sua ragion d’essere.
Credo che su molte cose abbiate già riflettuto, però mi sono sentito di esprimerle per scritto dopo averle meditate con calma.
Ovviamente sono disponibile a discutere su tutto.
Cordiali saluti
Giuseppe Marmo

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